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Cosa non è l’Alimentazione Intuitiva

Il pinkwashing degli approcci non prescrittivi

Come riconoscere un processo di trasformazione, che anche l’Intuitive Eating, purtroppo, come tutte le cose “di moda, ma con uno scopo nobile” sta rischiando di subire.

Ho conosciuto la Mindfuleating diversi anni fa quando mi è capitato tra le mani un volume dalla bellissima copertina: di sfondo una tavola di legno bianco, sopra una tazza di yogurt con frutti rossi e, un po’ di granola dentro e un po’ sulla tavola, della serie -chiessenefrega degli sprechi volevo solo fare una bella foto-.
Mi è parsa una copertina che trasudava cultura della dieta, in un momento in cui io, da dietista, sentivo già di lottare contro questo mostro, anche se non né conoscevo ancora bene il nome e le fattezze.
Ho letto qualche pagina (estratto del Kindle) per curiosità e mi è parsa banale, tanti giri di parole e un tono che cattura emotivamente.
Ho trovato quelle informazioni un po’ scontate, e per me che sono del campo e che, al tempo, mi stavo interessando di comportamento alimentare già da diversi anni, è stato facile riconoscere che l’interesse a vendere superava quello del benessere; chi volesse curiosare una nuova materia però, non dovrebbe essere costrettə riconoscere i messaggi ambivalenti e distorti, specialmente quando si tratta di salute.

Avete mai sentito parlare di pinkwashing?

Avviene quando si cavalca l’onda di un movimento, un’idea un concetto politico, in questo caso di un approccio alla salute, che ha tutte le buone intenzioni di parità e inclusione, per trasformarlo, sfruttandone il “sentiment”, in qualcosa di altro che fa brillare e guadagnare solo chi lo promuove e chi ne parla, spesso anche travisandone i contenuti.
Così è successo alla Mindful Eating in quel famoso libro, ed è uno dei motivi per cui non ho avuto un impatto positivo iniziale con questo approccio, ma con il tempo ho provato ad andare alla radice: il buddismo, la meditazione, un approccio orientale collettivista e naturalista, la Mindfulness, etc… ed ho capito che c’è molto di più da scoprire e per capire il valore di un approccio bisognava conoscere i valori alla base.

Quando, invece, ho incontrato il libro di Tribole e Resch sull’Intuitive Eating l’impatto è stato diverso. Non era un libro diffuso (ad oggi non c’è alcuna traduzione in italiano), e seppure gli americani siano molto bravi ad autoproclamarsi salvatori del mondo, il titolo delle prime edizioni : A revolutionary program that works (un programma rivoluzionario che funziona), suonava davvero molto “marketing”, era di fatto un approccio rivoluzionario, basato su presupposti scientifici e politici inclusivi e radicali.
Nella nuova edizione, quel primo titolo ancora molto centrato sul risultato e la performace, è stato cambiato in: A revolutionary anti-diet approach (un approccio anti-dieta rivoluzionario).

 

Prima edizione

 

Quarta edizione (2020)

Il pinkwashing dell’Intuitive Eating
Più si diffonde, più questo specifico approccio si espone al rischio di subire distorsioni, e proprio nell’ultimo periodo sono incappata in alcuni blog, post e articoli che purtroppo ne parlano in maniera a volte scorretta, a volte distorta e ambivalente, segno che non si è ben compreso il senso profondo di questo approccio; da qui l’ispirazione per scriverne un articolo che spero possa aiutare a sviluppare un occhio critico per proteggersi dalla cultura della dieta travestita da “mangia ciò che ti senti, ma…”.

Ricordati da dove viene

Per quanto l’Intuitive Eating faccia parte del calderoni degli approcci non focalizzati sul peso, viene delineato dalle sue fondatrici, le dietiste Evelyne Tribole e Elyse Resch, nei libri e negli studi di riferimento, in maniera abbastanza precisa: non si può inventare, ma se si desidera attingervi solo un po’ mantenendosi in una cornice prescrittiva, trovo onesto che ciò sia chiaramente specificato, altrimenti risulta chiaro che manchi una comprensione dei valori alla radice che riassumo in una frase: lotta alla grassofobia e alla cultura della dieta come dinamiche di oppressione sistemiche e ad ogni altra forma di oppressione che crei disequilibri di potere, nel rispetto di tutte le soggettività, dei bisogni e delle risorse del singolo, per un benessere personalizzato e una giustizia sociale collettiva.

(Quante menate?)

Ci tengo a questo punto non perché io mi voglia erigere a paladina dell’Intuitive Eating che non ha affatto bisogno del mio supporto, ma perché le pieghe che si allontanano dalla matrice inclusiva e valoriale dell’Intuitive Eating deragliano verso la cultura della dieta e atteggiamenti grassofobici.
Credo sia bene non cadere nel tranello epistemologico di rendere l’Intutive Eating l’unica proposta possibile, quella universale, perché oltre ad avere infinite limitazioni, di cui un po’ accenneremmo alla fine, rischiamo di rimanere nella visione cartesiana dicotomica del tutto o nulla che stiamo per l’appunto mettendo in discussione con gli approcci inclusivi-non prescrittivi.

Quindi, cosa non è l’ Intuitive Eating?

1. Un approccio per perdere peso
Per quello esistono già tantissime diete e metodi in ogni campo (la psicologia per perdere peso brrr…), che insegnano come aggirare e ingannare i nostri bisogni, e a perseguire una scala valoriale che premia la performance, la resistenza, il controllo, la magrezza piuttosto che il benessere personalizzato.Nel breve periodo conducono quasi tutti i metodi (almeno quelli più etici), a possibili alcuni vantaggi, ma nel lungo periodo le diete falliscono per circa il 95% dei casi.
Purtroppo  le diete falliscono, non sempre senza conseguenze: sono, infatti, un fattore di rischio per disordini e disturbi alimentari: peggiorano il rapporto con il cibo e la fiducia proprio nei segnali più validi che dovrebbero guidare il nostro comportamento alimentare: fame, sazietà e piacere. Come se per restaurare una barca togliessero la bussola, finché rimane vicino alla riva è salva, se di poco si allontana, è in balia del mare aperto.

2. Un metodo per mangiare “più sano”
Alla fine del libro dell’Intuitive Eating c’è un capitolo che se evitassimo di leggere non cambierebbe il risultato, come nella proprietà commutativa l’addendo in questo caso è la parte chiamata “Gentle Eating”: come onorare la propria salute con scelte alimentari protettive. È un capitolo bellissimo, perché ci insegna che è possibile parlare di benessere e di alimentazione senza retaggi grassofobici, nè della cultura della dieta, ma non è il cuore delll’Intuitive Eating.
Non c’è mai nell’Intuitive Eating nessun obbligo morale a scegliere uno stile di vita preciso, nè tanto meno un giudizio morale o un’idea preconfezionata di salute. La salute è complessa e va esplorata con consapevolezza, completa libertà e autodeterminazione, non è una dimensione precisa che ci renda migliori.

3. Non è Intuitive Eating se appare la parola “moderazione”
Il concetto di “moderazione” appartiene al paradigma dominante, che non è più quello prescrittivo-radicale, ma prescrittivo-flessibile: bisogna mangiare sano e gli esperti ti dicono come fare, non si parla di regole, ma di linee guida, le quali consentono, comunque, uno spazio di azione limitato. (Come passare da una zona rossa ad una zona arancione)
La moderazione è ambivalente, perché appartiene ad un linguaggio che riconduce a un giudizio di quantità, dice: puoi, ma non troppo, senza però specificare il “troppo” e alludendo al fatto che esista un “troppo” oggettivo come fosse una linea invalicabile e invisibile che “se non sto attento rischio di superare da un momento con l’altro”. È così che si crea il carico mentale della cultura della dieta, cioè la costante preoccupazione che quello che sto mangiando possa essere “troppo”.
-Se mangio “troppo” il mio corpo esce dallo spazio sicuro della magrezza-normalità.-
-Se mangio “troppo” sono una persona peggiore.-
-Se mangio “troppo” potrei incorrere in problemi di salute.- …

Questa preoccupazione è come un rumore di sottofondo, non ci permette di ascoltare chiaramente i nostri bisogni, e non è solo una questione di ascolto, ma di fiducia, perché *l* professionista rimane il detentore del sapere del limite, del “giusto” e dello “sbagliato”.
L’Intuitive Eating, tra il sottofondo della cultura della dieta, il chiasso della grassofobia, e spesso anche la confusione di un’ iperstimolazione alimentare, è una sfida: dobbiamo provare ad abbandonare gradualmente i limiti prestabiliti, i giudizi e l’idea di ottenere risultati scelti da altri per noi. Nell’I.E. non c’è “moderazione”, ma ascolto, fiducia e libera scelta.

4. Non è Intuitive Eating se ti aiuta a riconoscere la fame emotiva per… eliminarla o assoggettarla a quella “fisica”.
La fame emotiva, è la spinta a tollerare meglio le emozioni grazie anche al piacere del cibo. Apprendiamo molto rapidamente che la soddisfazione della fame e del piacere del cibo sono meccanismi efficaci rispondere alle frustrazioni, in un contesto di risorse, ne apprendiamo anche tanti altri, spontaneamente, ma il cibo rimane il più accessibile, il più soddisfacente e il più frequente nella giornata.
Separare la fame fisica dalla fame emotiva è la dicotomia che piace tanto alla nutrizione classica la quale, in una cornice di medicina occidentale tende a porre un recinto tra il corpo e la mente per dare priorità ai bisogni fisici e relegare quelli psicologici a dimensioni minoritarie.
Con l’I.E. la fame emotiva possiamo comprenderla, accoglierla, adeguarla ai nostri bisogni. Se l’alimentazione emotiva sfocia in malessere fisico o psichico non è “resistendo” o “addestrandoci” a sostituire il cibo con altri piaceri che andiamo alla matrice dei disagi. Professioniste psi specializzate in comportamento alimentare con un approccio inclusivo al peso possono essere fondamentali per raggiungere queste consapevolezze con cura e rispetto.
Ecco perché proporre l’Intuitive Eating preso alla leggera, senza condividerne la matrice valoriale più profonda rischia di appesantire la densa nebbia emotiva con ulteriori giudizi e indicazioni che, seppur utili nel breve periodo, non sono la soluzione nel lungo.

5.Non è Intuitive Eating se si fa riferimento al BMI.
La classificazione del peso tramite Body Mass Index non è neutra, puzza di grassofobia (se dovessi dirlo a uno scienziato direi: trascina con sé pregiudizi che conducono a scelte cliniche non inclusive e negligenti, vedi il medical weight stigma).Chi parla di ob*sità come una malattia o un problema primario da “risolvere” ha ancora un pezzo di strada da fare per arrivare a vedere le persone e non il peso, per scegliere una cura che sia di benessere e non precettata da statistiche ricche di bias (errori di valutazione), ormai ampiamente superate e sicuramente stigmatizzanti (vedere tutta la bibliografia HAES).

Perché ci tengo così tantoIcona risultato metodo

Cosa succede quando il messaggio “originale” prende un torrente laterale?
Sfocia nel mare della cultura della dieta.
A mio parare, i messaggi distorti e ambivalenti travestiti da Intuitive Eating, ma che continuano a illuminarci la “retta via” dell’alimentazione “salutare”, sono ancora più pericolosi di quelli dichiaratamente grassofobici e prescrittivi.
Trovo, infatti, che la modalità nutrizionista-flessibile: -questo è il meglio che tu possa fare, ma fai quello che ti senti-, sia più subdola e pericolosa perché:

  • Si rende più difficoltoso il riconoscimento della reiterazione di una pericolosa scala di valori morali sul cibo qualora sia comunicato con empatia: -Io ti dico cosa è meglio in teoria, ma tu fai ciò che ti senti- ti pone di fronte ad un continuo confronto con qualcosa di migliore da ciò che fai… e ciò che sei, nonostante si lasci la “libertà” di agire “come si vuole”, risulta essere solo una finta libertà, perché è implicito il messaggio che se alla fine -fai come vuoi-, ti prendi la responsabilità di allontanarti dall’unico concetto di salute riconosciuto nel mondo prescrittivo, quello delle linee guida.
  • Si cronicizza e legittima in questo modo la parte più inconsapevole della cultura della dieta con conseguenti più facili ricadute, si mantiene la  schiavitù al controllo, non si valorizza l’ascolto, l’autoefficacia, e il benessere complesso e auto determinato costituito da mille e uno fattori viene sotterrato in virtù di una salute preconfezionata

Ma ci vogliono male?

Ne** singol professionist della salute, noto che spesso ci sia la fatica ad entrare nell’ottica di un approccio non prescrittivo che per definizione si basa su presupposti molto diversi da quelli che siamo abituati a concepire; la comprensione richiede un cambio di paradigma, di linguaggio, di obiettivi, di valori, analogamente a come avviene quando si prova a comprendere una cultura molto lontana dalla nostra, mantenendo la struttura mentale e simbolica della cultura di appartenenza.

Se comprenderlo è difficile, metterlo in pratica prevede un ulteriore complesso passaggio, ossia mettere in discussione ciò che si è fatto fino ad ora, abbandonare gradualmente le basi sulle quali si sono costruiti protocolli, consigli e obiettivi per costruire una narrazione alla salute completamente differente. Mettere in discussione se stessi come professionistə, i propri privilegi e ammettere i limiti dei pregiudizi che da essi discendono. È un lavoro che non ha fine, mai, ed è come giocare a bocce sul ponte di una nave, bisogna sempre costantemente mettersi in discussione.

E i “pesci grossi“?
I pesci grossi sono quelli che comprendono che questo “rivoluzionario approccio anti-dieta” è accattivante per il marketing, perché cavalcare la frustrazione delle persone, in questo caso stanche di seguire una dieta e modelli imposti di bellezza e magrezza, è sempre remunerativo, è un forte bisogno che nasce da una nuova consapevolezza. Nuovo bisogno, nuova offerta, -that’s capitalismo-.

Non è tutto oro quello che luccica, e chi l’ha detto che una cosa deve luccicare per essere interessante?

L’Intuitive Eating è sicuramente lontano dall’essere la soluzione, ed è un approccio ancora lontano anche dall’essere inclusivo: spesso fa brillare più chi ne scrive e lo promuove che chi ne dovrebbe giovare e ripropone le stesse dinamiche di potere presenti negli ambienti accademici dominanti prescrittivi. La strada è ancora lunga, ma qualcosa di buono c’è, rispetto all’approccio classico centrato sul peso, che ha fatto, e sta facendo, non pochi danni.
Lo stesso paradigma H.A.E.S.® (Health at Every Size), all’ interno del quale si inseriscono gli approcci non prescrittivi, è un paradigma minoritario e necessita quindi un continuo sforzo per potersi rendere legittimo e accettato, ma nonostante gli sforzi e i limiti, sta facendo già vacillare qualche piedistallo.

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