Copertina articolo su cosa non è l'alimentazione intuitiva

Attenzione alla fame nervosa: si prega di non ingrassare

Come la grassofobia ha trasformato un normale comportamento in un problema

Fame e sazietà sono stimoli interni governati da una fittissima rete di interazioni tra meccanismi cellulari, ormonali, nervosi, organici etc…

Questo complesso sistema ha l’importante compito di regolare il nostro introito di cibo affinché il fabbisogno Calorico e nutrizionale sia rispettato, e svolge questo lavoro con efficienza da “un pochino di tempo”.
Il nostro comportamento alimentare, però, è molto più complesso e non si limita a farsi governare da meccanismi automatici interni, esiste infatti anche un sistema motivazionale in cui si intersecano aspetti individuali, famigliari, sociali, esperienze, significati, apprendimenti etc… non potrebbe un solo orientamento psicologico spiegare tutto.
Ed ecco che può capitare di mangiare sulla base di uno bisogno non nutrizionale, ma stimolati da una motivazione psicologica, ne è un esempio il bisogno di tollerare meglio, gestire o allontanare un’emozione negativa, oppure amplificare, glorificare, ricordare un’emozione positiva (potrebbe essere che capiti 50-50%, ma ci rimangono più salienti i momenti in cui usiamo il cibo in associazione a un’ emozione negativa perché lo vediamo più facilmente come un problema?).
Oggi, che viviamo in un ambiante che fa della magrezza un valore non solo estetico, ma anche morale, mangiare per altri motivi che non siano il puro nutrimento e scegliere quegli alimenti che vengono bannati/limitati da tutti gli esperti di nutrizione (e non) fa di quella dinamica naturale un problema.

La fame nervosa è un prodotto del capitalismo

Oggi, che non vogliamo ingrassare, anzi vorremmo dimagrire, riuscire a mangiare solo quanto ci serve, ma se possibile di meno ancora, ignoriamo la profonda connessione che il cibo ha con la nostra storia e la storia dell’umanità, escogitiamo strategie e diete per resistere al cibo.
È possibile resistere al cibo?
No, tutti gli studi scientifici dimostrano che applicare la forza di volontà al comportamento alimentare è sempre un insuccesso. Seguire delle regole, rigide od elastiche che siano, distanti dai nostri bisogni nutrizionali e dalle motivazioni psicologiche profonde, è stressante, fallimentare e ci rende ancora più attratti, a tratti ossessionati, dal cibo (come naturale meccanismo di difesa per riavvicinarci con forza a qualcosa che di vitale stiamo allontanando).

Ci arrendiamo?
Assolutamente si.

Arrendersi non significa bruciare tutti i libri di nutrizione, ma riconoscere e renderci consapevoli anche di questi infiniti meccanismi che fanno del cibo non solo una fonte di nutrimento, ma anche un mezzo per gestire le emozioni, le relazioni, le situazioni sociali.
Arrendersi al controllo, alle diete e alla restrizione, o meglio, alla paura di ingrassare, significa allenarsi a scoprire le dinamiche che guidano il nostro comportamento alimentare, per saperle affrontare nel modo più costruttivo e naturale possibile.

Se per tanto tempo siamo stati vittime di un sistema di credenze che ci ha fatto vivere il peso come un obiettivo, il cibo come una medicina, gli sgarri come un momento di debolezza e la dieta come un successo personale; insomma un sistema che ci ha fatto percepire il cibo e il peso come aspetti modificabili sui quali possiamo avere un pieno controllo, ci vorrà un po’ di tempo per scardinare queste informazioni dalla nostra mente e per abbracciare un approccio meno disfunzionale e più armonico, ma è possibile.
Ecco alcuni passi per iniziare a provarci.

Dall’ attivista è tutto, parola alla dietista.

1 PRIMO PASSO: tutti i cibi sono uguali #dietchthediet

Facciamo un esperimento: abbandoniamo davvero per un momento tutte le linee guida, proviamo ad immaginare che tutti i cibi forniscano le stesse Calorie e gli stessi valori nutrizionali, se mangiare una mela o un pacchetto di patatine fosse la stessa cosa, sperimenteremmo il senso di colpa?

No

Sicuramente in un primo momento il desiderio di tutti quei cibi che per tanto tempo abbiamo inserito nello scatolone del “fa ingrassare” o del “non fa bene”, ossia quelli che tendiamo a limitare o eliminare, sono i primi che sceglieremmo di mangiare nel magico mondo del “tutti i cibi sono uguali”. Non li sceglieremmo per primi perché sono i più buoni, e nè li sceglieremmo sempre per primi, ma solo perché ce ne siamo privati per un periodo.

2SECONDO PASSO: ascolta il tuo corpo #innercues

Quando mangio una mela come mi sento? e quando mangio le patatine come mi sento? quale sensazione mi porta a desiderare di mangiare un frutto, un piatto di pasta o la cioccolata? L’esperienza del cibo per soddisfarci pienamente deve rispondere a tutti i nostri bisogni, e sono tanti, non si esauriscono alla golosità.
Ecco perché dopo aver recuperato il piacere perduto, inevitabilmente, dovremo rispondere anche ad altri bisogni altrettanto importanti:
il bisogno di energia, di sazietà, di digeribilità, di vitalità etc…

Potrebbe un solo alimento soddisfare tutti questi bisogni? Ovviamente no

Non mi servono regole : se sperimento, e mi ascolto, scoprirò che le linee guida possono essere un valido alleato solo se saprò fidarmi in primis dei segnali del mio corpo.

3 TERZO PASSO: riconosco i momenti in cui perdo consapevolezza #triggermoments

Il cibo è vita, anche quando avremo soddisfatto tutti i nostri bisogni e saremo dei mangiatori consapevoli, in una circostanza ricca di stimoli alimentari, può capitare di non rispettare i nostri segnali interni e di mangiare fino a non sentirci molto bene, cibi che non ci fanno stare molto bene (attenzione! non sto dicendo “cibi che fanno male” o che “fanno ingrassare”, ma cibi o quantità che io ho sperimentato essere meno vantaggiosi per me). Immaginiamo quei momenti come una perdita di segnale, il mio corpo, iperstimolato è confuso e disconnesso. Non c’è nulla da fare in quella precisa situazione, ma ci sono piccole scelte organizzative che possono farmi percepire un maggiore benessere:
1.Fare la lista della spesa
Il supermercato è un luogo iperstimolante, se andiamo senza un’indicazione precisa di ciò che ci serve, è normale che finiremo per mettere nel carrello anche tanti alimenti che non riusciremmo a mangiare, andrebbero sprecati o ci sforzeremmo di finire o che non avremmo desiderato se non avessimo in dispensa.
Se ci piacciono tanto dei biscotti non dobbiamo evitare di comprarli per non mangiarli, quella è restrizione, ma se ci lasciamo ispirare al momento senza alcuna pianificazione, il rischio di mettere nel carrello, oltre ai nostri biscotti preferiti altre 3 tipologie di dolci che in realtà non ci interessano è alto.
2. Organizzare il cibo in casa.
Un esperimento ha mostrato che se mettiamo un vassoio di cioccolatini su un tavolo durante un meeting di lavoro, le persone che ne mangiano di più non sono quelle più golose o con meno forza di volontà, ma quelle che hanno il vassoio a “distanza braccio”.
3. Preparazione del cibo.
Cercare di non creare troppi avanzi è un modo per ridurre gli sprechi alimentari, ma soprattutto per evitare di sentirci in dovere di finire il cibo anche quando non ce la sentiamo più.
4. Creare un menù settimanale.
Ciò non solo aiuta nella compilazione della lista della spesa, ma ci permette di arrivare al pasto con la mente libera pronti per goderci la preparazione e l’esperienza del cibo senza che l’idea di cosa cucinare ci sovraccarichi mentalmente.

Potremmo inventarci altri 100 metodi utili ed efficaci, ciò che conta è che siano metodi che ci permettano di seguire i nostri bisogni con più facilità, e non strategie manipolatorie per restringere calorie o perdere peso.

4QUARTO PASSO: riconoscere che abbiamo altre strategie di coping e coltivarle #todolist

Se è vero che è bello e naturale trovare nel cibo un feed-back positivo ad un’emozione negativa o un mezzo per amplificare un’emozione positiva; è anche vero che ci sono tantissime altre cose, a volte meno accessibili nell’immediato, a volte meno automatiche, ma altrettanto efficaci, per rispondere alle emozioni.
Il cibo, come altre azioni sono efficaci se ottengono l’effetto desiderato, che varia da persona a persona, da momento a momento, da emozione a emozione… che generalizzare è banalizzare. A volte può servire godere di quell’emozione, come quando ci struggiamo con musiche tristi in momenti tristi, a volte distrarci, come quando decidiamo di cucinare una torta dopo una discussione… e di mangiarla! oppure può servire sfogarsi, lamentarsi, arrabbiarsi, correre…

5QUINTO PASSO: rispettare il proprio peso naturale #healthateverysize

Il nostro corpo non è un pongo, non può essere modellato a nostro piacimento, non perché sia impossibile (quante foto del prima e dopo o programmi spazzatura mostrano dimagrimenti e rimodellamenti corporei), ma perché il nostro peso naturale è il nostro peso della salute e se ci allontaniamo da quello, il nostro organismo farà di tutto per ritornarci (ecco perché le diete non funzionano mai nel lungo periodo).
Ricordare bene: non c’è una forma della salute, l’unica cosa che possiamo inferire osservando una persona grassa è il nostro grado di grassofobia.

In conclusione

È normale essere attratti dal cibo anche quando non è strettamente necessario per scopi nutrizionali, è normale sentire l’impulso a mangiare un cibo sfizioso per rispondere a emozioni o situazioni stressanti, è normale avere paura di ingrassare in una società che mitizza la magrezza, ma è proprio questa spinta “contro natura” a modellare il nostro peso che ci fa sentire in colpa per dinamiche normali, umane.
Se vogliamo combattere la fame nervosa, se ci sentiamo in colpa per non resistere al cibo, se vogliamo cambiare il nostro corpo, potremmo iniziare dal combattere la grassofobia.

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