Copertina articolo sulla fame nervosa

Di disturbi alimentari e narrazioni stereotipate

Al di là della diagnosi

Ho letto l’ennesimo articolo sui disturbi alimentari e mi è parso l’ introduzione di una tesi di triennale.

Non è la semplicità che condanno, qualità rara e preziosa che rende le conoscenze accessibili e fruibili, ma mi dispiaccio della banalizzazione e dell’invisibilizzazione, fonti rispettivamente di stereotipi e mancanza di riconoscimento della sofferenza di tante persone che nessunə racconta mai.

Riconoscere le mancanze delle narrazioni più comuni non è frutto di un mio super potere, credo sia d’obbligo che mi balzi all’occhio la banalità in qualità di professionista che ambisce a lenire le sofferenze delle persone che vivono una relazione di lotta con cibo peso e corpo; ma riconosco che il merito va anche, oltre all’esperienza clinica accumulata, ai social. Instagram in particolare. Una bolla di connessioni fatta di persone, storie, emozioni, sofferenze, diversità e soggettività che si intrecciano per raccontare la lo loro esperienza travagliata con l’alimentazione e il corpo. Una bolla di unicità che non trovano quasi mai spazio nei manuali e nelle formazioni professionali.

Mi sono chiesta se fossi solo io a chiamare disturbo alimentare qualcosa che invece si dovrebbe chiamare in un altro modo, o se le storie che ascolto e leggo stessero fuori dalle definizioni, e non trovino spazio nei luoghi di cura solo perché -noi espertə- siamo ancora troppo focalizzatə sulle rigidi definizioni. Definizioni che troppo spesso, forse, invece di aiutarci a comprendere meglio, ci accecano e non ci permettono di vedere chi soffre al di là della diagnosi.

Quando si parla di disturbi alimentari, infatti, si parla ancora troppo spesso di criteri diagnostici, come se fossero la cosa più importante per comprendere il problema. In un corso di formazione per professionistə di certo i criteri diagnostici sarebbero un necessario argomento da trattare, ma non è sulla diagnosi che si può costruirsi tutta una cura, o le cure per tuttə.

Primo perché i criteri diagnostici sono una scatola comoda per incasellare le persone e riconoscere velocemente un approccio di cura generale, affidabile e sicuro (per le conoscenze che abbiamo ad oggi), ma non spiegano il problema e forse non ci permettono di riconoscerlo in tutte le persone, specialmente in quelle non “tipiche” e/o “subcliniche”.  In secondo luogo i criteri diagnostici non raccontano la sofferenza e non combattono lo stigma che per i disturbi alimentari sono parte del problema stesso, anzi spesso contribuiscono ad alimentarlo.

Quali sono quindi le narrazioni più comuni? Cosa celano e perché sono pericolose?

1.

Si parla tanto di riduzione calorica, ma il minimo denominatore comune per le persone che soffrono di  un disturbo alimentare è invece la restrizione mentale da cui a volte puó originare anche una restrizione calorica, ma altre volte no. La restrizione mentale è rappresentata dalle regole dietetiche: tutti i “non posso”, i sensi di colpa, i divieti sul cibo, i numeri, gli “sgarri” e tutto ciò che innesca l’idea di un errore o qualcosa di non permesso in virtù del controllo del peso, del corpo e dell’alimentazione. Nei disturbi alimentari la restrizione mentale (o cognitiva) genera controllo e preoccupazione, ma anche un forte senso di angoscia e fallimento alla rottura della regola non legittima(ta). Perché è più importante parlare di restrizione mentale? Perché non tutte le persone che soffrono di disturbi alimentari trasformano la restrizione mentale in restrizione calorica, parlare solo di restrizione calorica quindi porta a ignorare una fetta abbondante di persone e va a rafforzare gli stereotipi secondo cui i disturbi alimentari hanno un volto ben riconoscibile, o che solo le persone che mangiano molto poco siano meritevoli di una diagnosi, di cure e di attenzioni (le persone che mangiano molto poco e magre, perché se ciò accade in un persona grassa, il calo di peso viene automaticamente legittimato). Creare una gerarchia della cura è molto pericoloso per noi professionsitə, ma anche per le persone, le quali saranno portare più facilmente a sottovalutare i sintomi o peggio a colpevolizzarsi per quei sintomi.

2.

Si parla di anoressia nervosa, con sottopeso, e si parla troppo spesso solo di anoressia e adolescenza: la parte più visibile del problema, quella che necessita certamente di riconoscimenti precoci e cure tempestive. Così facendo, però, non si parla di anoressia “atipica”, quella dove le persone hanno le stesse identiche sofferenze e sintomi, ma il peso è “normale” o corrisponde ad un corpo grasso o molto grasso. Il problema di queste persone è non corrispondere allo stereotipo della persone che soffre di disturbi alimentari, perciò spesso non ricevono cure tempestive, ma apprezzamenti per un peso basso anche se è un peso non naturale e di sofferenze; o peggio, ricevono indicazioni a perdere peso. Perché essere grassə non va bene, ma magrə con un disturbo alimentare si. Ci si dimentica, poi, delle persone adulte che possono soffrire  di un disturbo alimentare ed esprimerlo anche in maniera differente rispetto ad un’adolescente o un* giovane adulto. Infine, associando i disturbi alimentari più spesso ad un problema adolescenziale, per quanto possa essere una fase di vita a maggior rischio, si commettono due errori di valutazione che trascinano con se importanti stereotipi: primo la tendenza ad associare i disturbi alimentari a qualcosa di leggero e frivolo, perché -così è quella fase della vita-…  secondo, proprio il credere che durante l’adolescenza le persone non possano avere una propria autodeterminazione, e siano in completa balia del mondo e delle influenze culturali.

3.

Un’altra narrazione ripetuta e stereotipata che noto negli articoli banali sui disturbi alimentari è quella mostrata dalle immagine e le illustrazioni esemplificative scelte. Si mostrano spesso immagini di persone ad una magrezza estrema, tristi che guardandosi allo specchio vedono un corpo grasso triste. Questo purtroppo spesso innesca nella pratica clinica la tendenza legittimata a rassicurare le persone emaciate dicendo: -non sei così grassə come ti vedi- o -non diventerai mai così-. Come può essere una buona idea rassicurare con ulteriore disprezzo sui corpi grassi, un disturbo che nasce proprio anche dal disprezzo sui corpi grassi? Disprezzo legittimato da figure sanitarie autorevoli. Certo che può essere confortante in condizioni cliniche di basso peso, ma non è la  cura e si rischia di cronicizzare la paura di ingrassare. E se per le persone che stanno spontanemente e geneticamente in un range di peso socialmente conforme e accettabile mantenendo un comportamento alimentare di benessere, la guarigione completa è più facilmente raggiungibile, purtroppo per le persone che vivono in un corpo soggetto a discriminazioni, laddove lo stigma continua ad agire dentro e fuori gli spazi di cura, può non esserci sempre spazio per una guarigione completa.

4.

Spesso si parla in modo sproporzionato della responsabilità dei genitori nella genesi del disturbo. Anche i fattori famigliari possono predisporre, ma puntando il dito sul nucleo famigliare ci si dimentica che il contesto sociale, la cultura della dieta e tutti i pregiudizi sociali radicati sul grasso, sono un terreno fertile che va pian piano disvelato. Nei contesti di cura, non possiamo perciò pensare di arricchire le persone solo di strumenti di protezione e cura personali, dovremmo, con il consenso della persona, disvelare il sistema è fornire anche strumenti politici. (Il personale è politico)

5.

Si parla ancora troppo spesso solo esclusivamente di disturbi alimentari come un disturbo femminile, di donne bianche cis etero e benestanti. È probabile che siano solo le più colpite da questi disturbi così come li descriviamo nel manuale diagnostico, ma è probabile che osservando solo alcune caratteristiche e sintomi, ci sfuggano altre manifestazioni di questa malattia. Non conosciamo bene la sintomatologia nelle persone razializzate, nelle persone non binary, nelle persone trans, e nella disabilità? Non sappiamo esattamente come si intrecciano i sintomi allo stress del vivere anche l’oppressione di una minoranza, è molto probabile che per questo siano persone più a rischio, ma non sono riconosciute, non sono raccontate e non sono curate.
Sono tantissime le cose che noi professionistə non sappiamo, ma ci chiamiamo “espertə”, mentre sono le persone che vivono un’esperienza di relazione disfunzionale con il cibo, il peso e il corpo che sanno davvero più di noi.

Perché non coinvolgiamo le persone nella ricerca, negli spazi scientifici, nella cura, nell’elaborazione dei criteri diagnostici?

Forse perché abbiamo ancora una certa difficoltà a scendere dal piedistallo, pensare che un* paziente possa spiegarci a noi delle cose …eppure ci viene così facile parlare dell’importanza dell’ascolto in terapia, o quello che impariamo a dare è solo pietismo e per fare un porno di quella storia?

Perché, in fondo, la narrazione della sofferenza deve rimanere ben separata da quella dei professionisti integri e sani, non deve contaminare il sapere scientifico, non deve sporcare le praxi,  i protocolli e le chiare classificazioni diagnostiche, così sicure per noi professionistə dalla parte giusta della barricata, quella sana e integra.

Forse esagero…forse no, ma credo fortemente che anche la cura debba ripartire dal basso, dalle persone che soffrono e che hanno sofferto, perché possano spiegarci cosa succede, come si vive, come si vive la cura, guarire, cosa vuol dire –esssere guaritə-.

Cosa servono allora le professioni di aiuto?

Ad accompagnare, a dare gli strumenti quando servono, come servono e se richiesti, a supportare a stare insieme nel dolore, a donare uno spazio di cura e una relazione umana autodeterminata; ad ascoltare, valorizzare, legittimare le esperienze e normalizzare la sofferenza come parte dell’umano, non come una condanna o qualcosa da aggiustare per essere riammessi nella società.

Non penso che dovremmo essere l’esempio della salute preconfezionata che va a braccetto con il capitalismo verso l’uniformità, ma l’esempio dell’autodeterminazione, dell’accettazione e fonte di ispirazione per la normalizzazione delle diversità. 

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